locandina filochef copia
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L’ Istituto “Cataldo Agostinelli” di Ceglie Messapica presenta il 25 maggio al Teatro Comunale lo spettacolo “Filochef” con un mattinèe rivolto agli studenti e una rappresentazione serale aperta alla cittadinanza.

Nello spettacolo un’officina teatrale di cuochi viaggia attraverso i culti culinari della Grecia antica, indossa le pungenti maschere di Cyrano per accarezzare, subito dopo, le suggestioni letterarie di autori contemporanei.

La regia e la ideazione del testo sono a cura di Alessandro Fiorella che non è nuovo a commistioni tra classico e moderno. Un intrigante intreccio musicale è sostenuto dal lavoro svolto da Angela Semerano con elaborate armonizzazioni e canti. Le danze popolari curate da Rosa Cariulo infondono energia sulla scena con un delicato tocco mediterraneo.

Le coreografie rap e afro di Maria Cervellera ci riportano alla dura realtà del mondo contemporaneo e i costumi ideati da Margherita Pansini sono geniali nella loro semplicità.

La Dirigente Scolastica, dott.ssa Angela Albanese, ha voluto fortemente questo progetto di sperimentazione teatrale e chiarisce: “Il cibo è quotidiano, vive della felicità e talvolta della preoccupazione di mettere insieme pranzo e cena, dà corpo a radici e costumi esistenziali, esprime il rapporto millenario, inscindibile e complementare con tutte le religioni, gli insiemi di obblighi e divieti. Il cibo è l’espressione massima della ritualità che identifica le varie culture; trasmissione di miti ed archetipi di potenza e salvezza, ma anche di pericolo e perdizione, strumento di prossimità e riconciliazione con l’Altro .La co-costruzione di narrazioni avviene quando i membri di una famiglia elaborano insieme le storie che si riferiscono alla loro quotidianità. Da ciò deriva il nesso tra cucina e teatro: nel 1894 lo studioso francese di gastronomia Chatillon Plessis affermava che “… la sala da pranzo è un teatro, di cui la cucina è il retroscena e la tavola la scena. A questo teatro occorre una sistemazione, alla scena occorrono gli apparati, alla cucina le sue macchine …”. Da ciò si evince anche la dimensione artistica del cibo: nel 1989, il critico d’arte e letterario Renato Barilli affermava che “… non meno di una qualsivoglia esperienza estetica od opera d’arte, un pasto può rientrare nelle coordinate di un gusto classico, barocco o semplice, rurale o sofisticato, decadente e così via … a comporre il fascino del contesto non entrano solo gli ingredienti del cibo, bensì la qualità dell’arredo, il desco, le posate, le emozioni …”.

Sul grande schermo, infatti, di rado capita che un pezzo di pane sia solo un pezzo di pane ed una pietanza sia solo una pietanza. In molti casi, una sola sequenza culinaria è sufficiente a rendere il significato id un film. Pensiamo alla Febbre dell’oro (1925), con il vagabondo Charlie Chaplin che, in mancanza d’altro, aggredisce una scarpa con forchetta e coltello; o, ricordiamo la maschera di Totò, al confine tra comico e tragico, che in Miseria e Nobiltà (1954) si ingozza di spaghetti, attingendo direttamente dalla zuppiera. Nell’opera del maestro Ermanno Olmi, il cibo può essere la cena contadina de L’Albero degli Zoccoli (1978), ossia una cerimonia silenziosa e solenne, dignitosa nella sua povertà; così come può essere la messa in scena vuota e farsesca di Lunga vita alla signora (1987), trasformata in atto di denuncia di un giovane cameriere chiamato a servire un insulso pranzo di gala. La conoscenza della cucina parte da lontano e dal gioco che era ed è lo strumento per imparare a vivere; la cucina è gioco, creazione, madre di tutte le tecniche ed espressione massima dell’Homo Sapiens, dell’Homo Faber e dell’ Homo Ludens, è coreografia, è danza dei sensi, è cinema, è teatro.”

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