marco urso

L’infermiere, guarito dal Covid-19 e donatore di plasma iperimmune, ha parlato dell’importanza di aiutare il prossimo: “Noi infermieri non siamo eroi, vogliamo far valere la nostra professionalità”

Marco Urso, infermiere di Ceglie Messapica, è intervenuto nei giorni scorsi a “Pomeriggio Norba”, un programma pomeridiano condotto da Attilio Romita e Daniela Mazzacane.

Marco, che attualmente lavora all’Ospedale Moscati di Taranto, nelle scorse settimane si è sottoposto alla seconda plasmaferesi. La prima donazione di plasma iperimmune l’aveva invece fatta a giugno, quando era ancora in servizio alla Fondazione San Raffaele di Ceglie Messapica. Guarito dal Covid-19 il giovane infermieri di Ceglie non ha quindi esitato un secondo e ha subito contribuito alle donazioni di plasma iperimmune utili nella cura di altri pazienti affetti da Covid.

Dopo aver partecipato alla trasmissione, Marco ha affidato a Facebook i propri pensieri:

Quando mi hanno chiesto di raccontare la mia storia, non riuscivo a capire come un gesto così normale e naturale per me, potesse addirittura attirare l’attenzione della televisione, e dopo una riflessione non molto lunga ho deciso di prendermi questo spazio, per provare a far capire alla gente quanto sia importante aiutare il prossimo.

Ricordo che tanti anni fa recitai una promessa e penso di averla fatta mia in tutto e per tutto, diceva così :”prometto sul mio onore di compiere il mio dovere verso Dio e verso il mio paese, di aiutare gli altri in ogni circostanza e di osservare la legge scout”. Penso, che questa mia promessa e questi miei valori mi abbiano guidato anche nella scelta della mia professione.

Essere infermiere non è per tutti, ma non si parla di vocazione, si tratta proprio di avere una tendenza ad aiutare il prossimo, sempre in maniera professionale, ma anche mettendoci un po’ di noi stessi. Tutto quello che sto vedendo e che sto vivendo in questi mesi, mi preoccupa; il Covid non è solo una malattia, ma è un problema sociale, ci sta allontanando tutti, dai bambini alle persone più anziani.

Questa malattia è una bestia e le persone la combattono da sole senza nessuno al proprio fianco, molto spesso anche senza avere la possibilità di parlare con loro al telefono perché si ritrovano con una maschera in faccia che non gli permette di parlare liberamente, ma senza di quella non potrebbero vivere.

Noi infermieri, non siamo eroi e non vogliamo esserlo, vogliamo solo i mezzi ed i numeri per far valere la nostra professionalità“.

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